Intervista con i Dust
Intervista con i Dust
Di Andrea Turetta
I Dust sono una formazione milanese composta da sei elementi: Andrea, Riccardo, Jimbo, Tomas, Gabriele e Muddy. La band è uscita, dopo un EP autoprodotto, con la prima pubblicazione ufficiale “Kind”, per l’etichetta Tomobiki (distr.Venus). Registrato al Mono Studio di Milano e prodotto da Matteo Cantaluppi (The Record’s, Punkreas, Canadians) con l’aiuto di Matteo Sandri (Sananda Maitreya, Il Genio), “Kind” si fregia anche di due canzoni mixate da Paolo Alberta (Negrita) all’Hollywood Garage di Arezzo ed è stato masterizzato all’Ithil World Studio di Imperia da Giovanni Nebbia. Ecco di seguito, l’intervista rilasciata dai Dust…
Tra le collaborazioni presenti in questo vostro Ep, quella con il fonico Paolo Alberta che ha lavorato a fianco con i Negrita. Ha contribuito non poco a dare una certa impronta alle canzoni?
Muddy: Sicuramente tutte le collaborazioni presenti nel disco hanno influito molto sulle canzoni, senza però intaccare la composizione dei brani, ma solamente il loro “vestito”. Hai fatto l’esempio di Paolo Alberta al quale furono inviati i rough mix di “Kind”, una volta ascoltati scelse di mixare il singolo “Inkloaded Love” e “NeverDefined”, pezzo su cui ha lasciato di più la sua impronta, con accorgimenti che a nostro parere hanno dato più slancio e respiro al brano; c’è ad esempio, alla fine dello special del pezzo, un taglio di frequenze che sembra quasi far sparire il tessuto sonoro per poi riaprirsi con un volume pazzesco sul ritornello. Questa scelta è stata anche per noi una sorpresa che ci è piaciuta a tal punto da non volerla più modificare. Però sicuramente tutto è partito da Matteo (Cantaluppi), il quale ci ha davvero insegnato un altro modo di concepire la canzone, a non andare mai sopra le righe e tenere una chiave semplice di suono, che potesse far risaltare la canzone e non gli strumenti o i musicisti; è riuscito a dare ordine al suono dei Dust che era un po’ confuso e immaturo. Non possiamo non menzionare anche l’esperienza e i consigli di Matteo Sandri, il fonico che ha registrato “Kind” e che collabora con gente come Sanando Maytreia, e ancora la superlativa masterizzazione di uno che in Italia fa già parlare di sè per le sue capacità: Giovanni Nebbia e l’Ithil World Studio di Imperia.
Il disco non manca di influenze internazionali,,, ad esempio, con i R.E.M. Non manca quindi il desiderio di farvi conoscere anche fuori dall’Italia?
Muddy: L’idea di dare un respiro internazionale alla nostra musica è più che altro dettato dal fatto che le influenze musicali di tutti noi sono basate sui grandi artisti americani o inglesi, quelli con cui alla fine siamo cresciuti, quindi ci è venuto naturale scrivere e cantare in inglese, ispirandoci di più ad arrangiamenti e composizioni di gruppi come Wilco, R.E.M., The Band e molti altri.
Dall’esperienza fatta finora, questa non sempre è stata una cosa che ci ha aiutati: in Italia non si guarda mai di buon occhio un gruppo che canta in inglese, infatti la domanda che ci viene sempre posta è proprio riferita alla lingua in cui cantiamo, non tanto alla musica che suoniamo (che speriamo non abbia dei confini statali). Alle volte ci sembra quasi che dia fastidio ad un certo tipo di pubblico. Il lato positivo però è che in Europa e in altre parti del mondo non si pongono questi problemi linguistici, quindi riesci di più a sfruttare un’identità “internazionale” per tentare di espatriare e allargare i confini e proporti anche all’estero. Non vogliamo assolutamente snobbare il panorama italiano, ci piacerebbe solamente poter unificare il più possibile il linguaggio, per poter arrivare a quanta più gente si riesca, con un’unica canzone o un unico disco.
Quanto conta l’immediatezza, nelle vostre composizioni?
Andrea: Direi che l’immediatezza nelle nostre composizioni è assolutamente fondamentale. Al di là della struttura e dell’arrangiamento di una canzone, che può determinare da parte dell’ascoltatore una ricezione più o meno immediata, per noi è però sempre basilare, in fase di composizione, partire da un punto di riferimento che possa colpire in qualunque istante, sia esso un riff strumentale, piuttosto che una linea vocale. In questo senso si può dire che la “materia grezza” su cui vengono costruiti i pezzi dei Dust parte sempre da una potenziale presa “pop” che la successiva rifinitura strumentale deve essenzialmente servire ad esaltare. Non mancano in molti nostri brani lunghe parti strumentali, piuttosto che repentini cambi di tempo o atmosfera, ma il tentativo è generalmente quello di non evadere mai troppo dalla forza melodica della canzone.
Per arrivare al risultato finale, le vostre canzoni hanno avuto bisogno di parecchie stesure?
Andrea: Anche in merito a quanto detto sull’importanza dell’immediatezza nelle nostre composizioni, spesso per riuscire ad arrivare ad un risultato finale che possa funzionare melodicamente e suonare accattivante dal punto di vista sonoro, sono necessarie numerose stesure. Per quanto riguarda la parte di scrittura vera e propria, una volta trovata una base solida su cui lavorare è necessario creare delle parti che siano forti singolarmente e che possano contemporaneamente funzionare nella totalità del pezzo (per “NeverDefined”, ad esempio, ho scritto tre ritornelli prima di arrivare a quello che alla fine abbiamo scelto di arrangiare per “Kind”). La fase di arrangiamento è altrettanto basilare: la scelta dei suoni da utilizzare e delle parti da assegnare ad ogni strumento valorizza ulteriormente la canzone e dà un senso estetico al progetto, perciò anche qui è necessario provare molteplici soluzioni per capire qual è la più adatta per far “quadrare il cerchio”. E’ una fase molto delicata, ma altrettanto stimolante.
Siete in sei, è difficile far convergere tutte le vostre idee in una direzione?
Andrea: Effettivamente non è mai facile trovare un punto d’incontro quando bisogna mettere assieme sei teste, ma direi che i risultati ottenuti finora non hanno mai scontentato nessuno di noi. Per adesso siamo riusciti invece a valorizzare il fatto di essere così tanti per poter attingere da diverse fonti musicali senza atrofizzarci in un’unica, limitante dimensione che non consentirebbe di dare al progetto un respiro ampio.
Vi capita di comporre mentre siete in tour o le canzoni nascono generalmente, in momenti di maggior tranquillità?
Andrea: Per ora ci è capitato solamente di scrivere testi e linee melodiche a casa in tranquillità, per poi rifinirli nella nostra sala prove che, in questo senso, è po’ il nostro laboratorio. Non escluderei più avanti la possibilità di scrivere qualcosa anche in tour, ma sarebbe necessario partire per un po’ di giorni per permettere ai pezzi di nascere e maturare.
Oggi escono davvero tanti nuovi gruppi ed artisti. Secondo voi, il pubblico riesce ad ascoltare il tutto con la dovuta attenzione o si rischia ci sia una certa dispersione?
Muddy: Questa è una bella domanda. In effetti il numero di band che si affaccia oggi al mondo musicale è decisamente massiccio, non è più come una volta, quando erano il talento vero e, se vogliamo, un po’ di meritocrazia a regolare il tutto, oggi basta avere la giusta disponibilità economica, un modo di vestire alla moda e qualche riff o ritornello che possa rimanere in testa e il gioco è fatto. In “Kind” c’è un brano che parla proprio di questo: “Collapse Of Art”, ovvero del fatto che oggi tutti possano fare musica-arte e proporla a chiunque con semplicità, senza davvero esaminare se il prodotto è valido o meno. Purtroppo o per fortuna però, il risultato finale non sempre è lo stesso.
Per quanto riguarda l’attenzione del pubblico non crediamo sia più così difficile seguire tutte le nuove uscite, basti pensare al bombardamento mediatico dei social network, dei siti di file sharing o semplicemente dei siti di streaming che i gruppi emergenti usano all’impazzata. Forse il punto cruciale è un altro: c’è ancora un vero interesse verso la musica e in particolare quella emergente?! Crediamo di no (in Italia perlomeno), a parte il solito noto pugno di appassionati, che forse rappresentano davvero il cuore pulsante della scena indipendente italiana.

C’è qualche evento che vi è rimasto particolarmente nel cuore?
Muddy: Ci piacerebbe poterti raccontare degli aneddoti molto divertenti che abbiamo passato negli anni, ma qualcuno potrebbe farsi un’idea sbagliata e malsana di noi (ahahahaha), quindi preferiremmo raccontarti altri episodi che ci sono rimasti nel cuore, ad esempio il concerto con i Black Atlantic al Tambourine di Seregno, o quello con Enrico Gabrielli e il suo progetto DerMaurer. Poi sicuramente anche le altre bellissime aperture che siamo riusciti a fare nel tempo, o i molti grandi gruppi incontrati nei vari concerti. Poi ci sono i luoghi magici dove la nostra musica prende vita, come la sala prove o la casa nella bergamasca, dove ci ritroviamo ciclicamente a vivere tutti e sei assieme per giorni e giorni e passare il tempo a suonare e comporre in solitudine in mezzo ai monti. Non possiamo neanche dimenticare le persone che nel bene o nel male ci hanno aiutato a crescere, pensiamo ad esempio a tutti i chitarristi che abbiamo avuto negli anni. Forse però quello a cui siamo più legati è un episodio accaduto durante un concerto di moltissimo tempo fa: tra il pubblico c’era una famiglia, e il padre, alla fine di una canzone si commosse, tant’è che a fine concerto venne a complimentarsi e aveva quasi le lacrime agli occhi. Sono soddisfazioni uniche, che vanno al di là di tutto.
Per degli artisti è importante riuscire a collaborare con altri o spesso, l’esperienza della creazione, finisce per essere una cosa più individuale?
Andrea: Io credo che conoscere e collaborare con altri artisti sia assolutamente necessario per maturare musicalmente. La vicinanza con musicisti diversi permette di confrontarsi con mondi nuovi che potrebbero fungere da fonte d’ispirazione per il proprio progetto e far sì che questo possa aprirsi continuamente a numerose possibilità. Basta prendere un esempio qualsiasi tra i mostri sacri della musica moderna (Rolling Stones, Bowie, Brian Eno, R.E.M., Radiohead…) e osservare con quanti musicisti ha collaborato ognuno di loro anche al di fuori del proprio progetto “centrale” per capire quanto è importante frequentare musicisti diversi per raccogliere nuovi stimoli.
Al palco, vi siete ormai abituati o è ancora qualcosa di particolare e capace di dare emozioni piuttosto forti?
Muddy: Grazie a dio la dimensione live per i Dust è la dimensione prima, quella che preferiamo. Nel corso del tempo abbiamo accettato di tutto, suonato su ogni superficie possibile, con ogni tipo di pubblico, a qualsiasi condizione economica. Ci piace talmente tanto stare su un palco che ogni tipo di tensione negativa viene azzerata. Diciamo “tensione negativa” perché ogni live ne porta sempre un po’ con sè, ma dovrebbe sempre essere vissuta come sprone per fare bene, come una cosa positiva, che ti spinge a dare al pubblico il miglior concerto possibile.
Chiaramente non possiamo negarti il fatto che concerti in posti come il Magnolia, il Carroponte, La Casa 139, o il Paso a Bellinzona, sono palchi che ti fanno sentire delle emozioni davvero forti, non paragonabili a locali più piccoli e raccolti. Ma per essere precisi nella risposta, dopo così tanti anni passati su palchi di ogni tipo, ci piace pensare di esserci abituati alle dinamiche del live.
I tanti concerti, servono ad avere una maggior sicurezza oltre a testare i gusti del pubblico?
Muddy: I tanti concerti ti danno effettivamente una sicurezza importante, anche se pensiamo che prima di esibirsi dal vivo, ogni band/artista dovrebbe passare ore ed ore in sala ad ammazzarsi di prove, cosa che oggi non è più così scontata. Il numero di live poi non dipende per fortuna solo dal gruppo, ma anche dalla risposta del pubblico, dalla richiesta che hai, i concerti sono usati per testare proprio queste cose, le reazioni che il pubblico ha nell’ascoltarti, se va via, se passa per caso e si ferma, se applaude, se si diverte o se si annoia. La base però deve sempre essere la stessa, il gruppo che sale sul palco deve presentare il miglior spettacolo possibile, solo così il pubblico potrà davvero giudicare e apprezzare o no la musica, ma questa è anche una questione che tocca le condizioni in cui vengono fatte suonare le band emergenti in Italia, che spesso e volentieri sono disastrose.
Come pensate sia cambiato il linguaggio musicale, nel corso degli anni?
Muddy: La musica è cambiata in generale e con lei il suo linguaggio. Non stiamo nemmeno a dire che fino agli anni ’80 ogni “moda” aveva il suo genere musicale, pensiamo ai Mods con Paul Weller e i suoi Jam, o ancora i darkettoni degli anni ’80 che trovavano il loro punto di riferimento in gruppi come Cure o Decadent Park ecc. Oggi invece è tutto diverso, si ascolta di tutto (anche perché è più facile reperire la musica) e si apprende di tutto, il che ha permesso di abbattere certe stupide frontiere di genere, insomma è diventata davvero per tutti. Questo è un bene perché almeno, come dicevamo prima, non si creano confini di sorta e si tenta sempre di più di parlare a tutti, ma potrebbe risultare anche il contrario, ovvero che si rischia di non avere più tutta quell’attenzione sui prodotti e sui suoni che c’era negli ascoltatori di qualche anno fa. Non parliamo poi della mostruosa decadenza artistica della musica, perché se fino a qualche anno fa potevi ancora trovare in testa alle classifiche gruppi come i Pearl Jam o i R.E.M. stessi, ora trovi solo Lady Gaga e Katy Perry, oltre che le vecchie cariatidi stile Madonna o Vasco Rossi. Una cosa che sicuramente ultimamente fa storcere il naso ad alcuni di noi, sono tutti questi intellettualoni che si mettono a scrivere canzoni volutamente incomprensibili ed ermetiche e che inspiegabilmente arrivano col loro linguaggio a molta più gente rispetto ad un gruppo prettamente più commerciale, insomma sembra che ci sia la ricerca di un qualcosa che ti contraddistingua più per la posa, piuttosto che per amore della melodia e della canzone e della musica in sé.

La melodia quanto è utile per arrivare al cuore dell’ascoltatore?
Andrea: Nei Dust la melodia è una componente essenziale, ed è anche la parte più complessa su cui lavorare. Una melodia azzeccata è ciò che rende memorabile una canzone, ovviamente supportata da accorti arrangiamenti. Proprio per sottolineare quanto è importante per noi che una canzone “suoni bene”, posso dire che io, prima di scrivere un testo propriamente detto, lavoro su parole apparentemente senza senso logico, ma che funzionano metricamente su un giro di accordi e che credo abbiano il suono giusto per fare risaltare la melodia. Il testo finale diventa così un compromesso tra il significato delle parole utilizzate e il “suono” di quelle parole che è fondamentale per rendere un pezzo melodicamente valido.
Quando ci si appresta a comporre una nuova canzone, è importante riuscire a sintetizzare tutte le idee e mettere ordine in quello che si ha in testa?
Andrea: Più che importante direi che è necessario. Qualsiasi progetto artistico, anche il più apparentemente anarchico, ha sempre un suo ordine intrinseco, una sua logica. Altrimenti perderebbe la sua ragion d’essere e non potrebbe colpire nessuno.
Cosa pensate ami di voi, il pubblico che vi segue nel corso del tempo?
Muddy: Forse peccando un po’ di boria, ci piace pensare che i nostri live giochino un ruolo molto importante, non ci piace dare al pubblico della serata sempre il solito concerto, con le solite canzoni. Tentiamo ogni sera di dare un vestito nuovo ai pezzi, e se non è nuovo il vestito, è nuovo almeno il colore. Questa è una cosa che abbiamo sempre riscontrato nel tempo e ti possiamo garantire che è una bella soddisfazione. Certo un altro ruolo importante sono le canzoni che proponiamo, sembrerebbero piacere nella maggior parte dei casi…ahahahaha. Non possiamo certo dire che il pubblico venga perché siamo belli e aitanti, quello no di certo. ahahhahaha
Andrea: Al di là del fatto che probabilmente chi ci ascolta apprezza molto le nostre canzoni, credo che una delle nostre fortune sia un’attitudine live passionale e sanguigna che risente molto degli ascolti delle grandi band degli anni ‘70 con cui siamo cresciuti. Ovviamente passiamo ore in sala prove per cercare di migliorare sempre di più la precisione nell’esecuzione, ma io continuerei a definire i Dust più degli interpreti che degli esecutori. Le canzoni possono assumere sfumature diverse in ogni concerto, soprattutto a seconda del nostro umore, e credo che il nostro pubblico apprezzi questo lato “emozionale” delle nostre performance.
La lettura, la visione di alcuni films, quanto sono importanti per ispirare un nuovo brano?
Andrea: E’ sempre importante confrontarsi con altre forme d’arte in generale, prima di tutto per crearsi un immaginario sia lirico che sonoro, ovvero la capacità di riuscire ad evocare con la propria musica un determinato tipo di atmosfera. Ovviamente è fondamentale anche per tenere la mente aperta e allenata e stimolare il proprio spirito critico. In ultimo sottolineerei anche il senso di appagamento che un film o un buon libro possono infondere in un musicista e che può tramutarsi in entusiasmo per iniziare un nuovo processo creativo. Ogni tanto l’influsso di altre arti può apparire anche sotto forma di citazione, come nella nostra “StillHiding, StillTrying”, una canzone sulla morte che cita in un verso il componimento “My Last Duchess” di Robert Browning
Per chiudere, siete soddisfatti per il risultato finale del vostro Ep?
Muddy: Siamo sicuramente molto contenti del lavoro fatto per “Kind”, ci ha resi e ci sta rendendo davvero felici, ma la cosa più importante è che tutto questo non sarebbe stato possibile se tutte le persone che ci hanno aiutato, non avessero creduto anche solo in minima parte in noi.. pensiamo a tutta la produzione artistica (il Mono Studio di Matteo Cantaluppi, Paolo Alberta e Giovanni Nebbia), l’agenzia di booking & Management (Simone Castello e Marco Masoli della Costello’s booking & management), Stefano Clessi e la Tomobiki, la Venus che distribuirà il disco nei negozi e tutta la parte di stampa e promozione affidata all’ottimo Ercole Gentile e la sua Alcor Press.
Da soli non ci saremmo mai riusciti e se “Kind” piace è anche molto merito loro.
Andrea: Assolutamente sì. Soprattutto perché abbiamo avuto la fortuna di lavorare con un produttore (Matteo Cantaluppi) che è riuscito ad impreziosire il nostro sound senza snaturarlo minimamente. E’ un concetto apparentemente semplice, ma sono pochi quelli che riescono in questo. Il lavoro per “Kind” ci ha dato una grande soddisfazione e soprattutto ci ha fornito un bagaglio di esperienze per sperimentare interessanti soluzioni in futuro.
Siti del gruppo:
www.myspace.com/dustwheel
www.facebook.com/dustmilano






