Hurts – Happiness
Hurts – Happiness – RCA/Sony Music
Recensione di Andrea Turetta
Hurts, è sinonimo di raffinatezza, stile ed eleganza. Hanno un look severo, quasi teutonico, da cinema d’essai, ma unito al pop in stile Pet Shop Boys/Ultravox/Yazoo. E’ uscito in questi giorni il loro album “Happiness”. Le ricche atmosfere sono rese con estrema semplicità e gli Hurts si propongono con questo disco all’attenzione del pubblico e della critica internazionale. Il gruppo dimostra una buona maturità e offre dei pezzi convincenti. Meritano l’ascolto brani come, “Wonderful life” e “Sunday”.
Gli Hurts sono Adam e Theo di Manchester. Si sono incontrati una notte, fuori da un locale, mentre quelli che erano con loro erano impegnati in una rissa. Ad ascoltarli si capisce subito una cosa: entrambi hanno la patente per guidare parecchi cuori verso un nuovo oblìo new romantic.
La commistione di wave e pop melodico, di cui sono intrisi, ha un passato di riferimenti importanti ed imponenti: Spandau Ballet, Duran Duran, Visage, Human League, Depeche Mode, che rispettano ed onorano con un paio di video (Wonderful Life, Blood Tears & Gold) anticipati sul web, di un bianco e nero caratteristico, look chic-elegante e facce tormentate al punto giusto.
Ecco la caratteristica che fa subito breccia, la facciata wave, che accompagna il primo singolo Better Than Love, stende un tappeto rosso fra orecchie e fa esclamare “prego, accomodatevi nello stereo”. Ma la principale fonte di ispirazione non è “solo” brit. Il riferimento che spiega certi acuti pop è l’italianissimo movimento del Lento Doloroso (o Disco Lento), un derivato della italo-disco che all’inizio dei’ 90.
“Happiness” è un disco davvero splendido: elegante, orecchiabile, con belle melodie elettroniche, una malinconia che a tratti lo pervade a la voce calda, emozionante del cantante. Un album che si candida a diventare uno dei debutti discografici più importanti del 2010. Musica spaziosa, sicura di sé e legata alla gioia. L’impronta degli Hurts è di tipo emotivo.
Sviluppare. Non conservare.
Il cielo è bianco come la carta e i marciapiedi sono stati puliti. Fuori dai bar di Thomas Street la gente è seduta ai tavoli da sola, ingobbita su sigarette e telefoni. Sto andando a incontrare gli Hurts. Lavorano in zona, di nascosto, scrivono canzoni in un seminterrato sotto il centro di Manchester. Mentre scendo, incontro un’altra band locale. Sembrano concitati e tesi. Mi dicono che stanno per partire in tournée. Quando scoprono che sto andando a trovare gli Hurts, il cantante appoggia per terra l’amplificatore che sta trasportando e quasi gli viene da piangere. “Cosa fanno quei due?”, chiede.
Adam Anderson e Theo Hutchcraft sono seduti su una sedia, uno a fianco all’altro. La stanza è scarna e il pavimento in legno è impolverato. C’è dell’attrezzatura per registrare su una parete e un microfono nell’angolo opposto. Ogni tanto Anderson si appoggia una chitarra sulle ginocchia e ispeziona i tasti per un istante. Hutchcraft prende un pettine della tasca, ci giocherella con le dita, quindi lo ripone al suo posto. Di primo acchito, sembrano diversi. Anderson, il visionario calcolatore. Hutchcraft, la pop star nata. Eppure c’è un forte senso di fedeltà tra loro. Ma soprattutto, sembrano inspiegabilmente calmi.
Da qualche mese hanno firmato con un’etichetta del gruppo Sony. Decisione che hanno preso a Berlino, dove erano scappati per capire un po’ meglio la propria situazione. Era un periodo caotico. Anche a Berlino, dicono, sono stati scovati dall’amministratore delegato di una casa discografica tedesca. “Ci ha detto che la gente non è felice”, racconta Hutchcraft sorridendo. “E che aveva bisogno della nostra musica”.
All’inizio intorno agli Hurts regnava il silenzio. Niente house party selvaggi, niente cicaleccio, nessuna posa o iperbole. Lo scorso anno si sono spostati regolarmente di sobborgo in sobborgo, fermandosi qualche tempo a Broughton, Rusholme, Belle Vue e anche Berlino. Il mistero li avvolge entrambi. Anche se oggi sembrano rilassati e felici di parlare del loro passato. “Mio padre ha fatto per 30 anni il lattaio a Hazel Grove”, ricorda Anderson, monocorde ma allegro. “Non ho viaggiato molto”, aggiunge. “Mio nonno faceva teatro di rivista in tempo di guerra. Suonava il banjo per la regina”.
Hutchcraft racconta di essere “nato nel North Yorkshire. Sono venuto a Manchester dopo essermene andato di casa. Da bambino viaggiavo. Avevamo un caravan. Siamo stati un po’ in Australia, un po’ nel Medio Oriente”. Per buona parte degli ultimi quattro anni hanno percepito il sussidio di disoccupazione. “Ho detto al governo che volevo diventare presentatore televisivo e mi hanno dato 44 sterline a settimana”, spiega Anderson. “Andava bene”.
“Andava bene così”, aggiunge Hutchcraft. “Non avevamo niente”. I due lavoravano. Durante le prime sessioni di registrazione degli Hurts, Hutchcraft era in giro con il British Superbike, lavorava nel backstage. Anderson filmava le corse dei levrieri al cinodromo di Belle Vue. Stava ancora riprendendo i cani quando gli Hurts hanno iniziato ad affermarsi. “Era strano”, riflette. “Un momento guardi un uomo che inietta steroidi nella zampa posteriore di un cane, e quello dopo sei al telefono con Rick Rubin che ti dice che il tuo ultimo video gli è piaciuto un sacco”.
Anderson e Hutchcraft si sono incontrati fuori da un locale di Manchester, una notte poco prima del Natale 2005. I loro amici erano impegnati in una rissa e così i due hanno iniziato a parlare di musica. L’anno seguente hanno comunicato solo via Internet dalle loro abitazioni di Salford e Longsight. Anderson inviava le tracce di accompagnamento. Hutchcraft rispediva indietro le voci. “Era come se non potessimo incontrarci in pubblico”, dice Anderson. “Forse era il tuo stile di vita [di Hutchcraft], non so. Ma abbiamo fatto musica insieme ancora prima di conoscerci”. Il loro background musicale era molto diverso. “Ho imparato a cantare nella discoteche, in coro con la gente”, racconta Hutchcraft impassibile. Anderson, nel frattempo, sognava di scrivere musica per la televisione. “Ne ho fatta una per Channel Five, una volta”, mi racconta. “Ma a loro non è piaciuta affatto”.
In passato i due avevano progettato una band, i Daggers. Né l’uno né l’altro sembra a proprio agio a parlare di quel periodo. Con i Daggers, Hutchcraft e Anderson avevano creato una party band. Un gruppo pop iperattivo che divideva il pubblico. I Daggers erano estremamente inquieti. Erano aggressivi, ostili e ossessivi nell’inseguire il pop. “Studiavamo le canzoni continuamente”, spiega Hutchcraft. “Tutto era veloce. Volevamo scrivere la canzone pop perfetta. Volevamo costruire la più grande pop band del pianeta. Non ci siamo proprio riusciti”. L’esperimento Daggers raggiunse il culmine nel settembre 2008, quando Hutchcraft e Anderson portarono la band a fare uno showcase insieme a Solange Knowles, sorella di Beyoncé. “È stato un flop”, dice Anderson. “Si vedevano i talent scout delle case discografiche abbandonare rapidamente la sala”. “È andata male”, ribatte Hutchcraft. “Che sollievo”.
Verso la fine del 2008, Anderson e Hutchcraft sono tornati a Manchester. “Avevamo finito. Non avevamo niente da fare”. Hanno iniziato a scrivere in modo diverso. “È stato molto facile”, illustra Hutchcraft. “Le canzoni hanno iniziato a venirci subito. Completamente diverso. Non eravamo arrabbiati né preoccupati. Eravamo fiduciosi, malinconici. Abbiamo semplicemente iniziato a scrivere canzoni”. Una sera, sul tardi, hanno scritto un brano intitolato “Unspoken”. L’hanno inciso subito e, dopo averlo ascoltato una volta, hanno chiamato i vari membri dei Daggers per dire che era finita. Il giorno seguente gli Hurts sono volati a Verona. Su quel periodo in Italia, Hutchcraft e Anderson sono particolarmente riservati. “Siamo andati a cercare la Italo disco”, racconta Hutchcraft prendendo il pettine dalla tasca e passandosi il bordo sul palmo della mano. “Ma abbiamo trovato la Disco Lento. Tutto qui”. Voci di corridoio di Manchester dicono gli Hurts si esibivano dal vivo piuttosto regolarmente durante il mese trascorso a Verona. Ma Hutchcraft e Anderson fanno gli indifferenti. “Quel periodo è finito”, conclude Anderson. “Stavamo nella casa di una Soprano. Ma una Soprano amatoriale”. E così voltiamo pagina.
Mi fanno sentire della musica a volume moderato. Spesso questi momenti possono essere strazianti; stare seduti sul bordo della sedia con i musicisti, ad ascoltare il loro risultato. Ma stavolta non è così. L’atmosfera è calma e curiosamente mi sento un po’ un medico. Mentre inizia la prima canzone, mi rendo conto di non avere preconcetti o aspettative. È una condizione rara e mi piace. Quello che sento ricorda a tratti quelle ballate epiche e disinvolte che associo all’R&B americano. La musica è spaziosa, sicura di sé e legata alla gioia. Dà l’idea che gli Hurts abbiano un rapporto aperto e privo di complicazioni con la musica contemporanea, da cui sono affascinati. Si sono avvicinati al songwriting senza paraocchi né restrizioni. È fresco, spontaneo. Non è rovinato dal “cool” e dal furbo mix di generi musicali. L’impronta degli Hurts è di tipo emotivo.
Se il loro sound richiama il globale e la loro storia sembra stranamente europea, gli Hurts hanno anche una spiccata dimensione mancuniana. Anderson si anima solo quando parla dei sobborghi in cui scrive. “Broughton”, dice, quasi nostalgico. “Broughton è una zona bellissima”. La Manchester di Hutchcraft è il caldo e nebuloso mondo di Vallette, anziché i grigi dipinti di L.S. Lowry. “Veramente”, spiega. “Il mio è il punto di vista di un outsider. Manchester non è un posto caciarone, e soprattutto non è un posto da macho. È un posto da signori. È fiduciosa e rassegnata. Manchester rispetta il suo retaggio. Si tratta di sviluppare, non di conservare. E questo vale anche per gli Hurts”.
“Dello sport mi piacciono le statistiche e la passione”, afferma Anderson quando gli chiedo cos’altro faccia. “Un giorno mi piacerebbe costruire una camera riverberante. Adoro la musica. Riempie il vuoto in me, credo. O almeno lo riempie in parte”. “Gli hobby non mi hanno mai preso più di tanto”, rivela Hutchcraft, e poi si morde la punta del pollice. “Amo Otis Redding e i Righteous Brothers”, prosegue dopo un po’. “Mi piace la musica soul. Mi piacciono le belle voci. Siamo entrambi influenzati anche dalle colonne sonore, e…”. Si morde ancora la punta del pollice e corruga un po’ la fronte. “Penso di essere affascinato dalle emozioni femminili”, afferma. Cioè, mi interessano. Mi influenzano…”. Si copre la bocca con il palmo della mano per un istante. Poi sorride, mi guarda negli occhi e mi dice “ascolto Prince”.
È come essere nell’occhio del ciclone. Nell’ora che trascorro insieme a loro, un telefono in modalità silenziosa protesta e lampeggia frequentemente, ma viene sempre ignorato. Anderson e Hutchcraft sono seduti sulla sedia, uno di fianco all’altro, sereni. A volte le loro frasi appaiono schiette e concrete. Eppure hanno qualcosa di caldo, divertente e alieno. Pressione e aspettative non sembrano gravare troppo su di loro. Parlano dei ristoranti di carne di pollo “Nandos”. Parlano dell’influenza della musica concreta sulla band. Sono musicisti dalla fede incrollabile nella loro visione. Parlano del loro album di debutto con un senso di emozione, di puro piacere, e con completa fiducia nella loro capacità di toccare le persone e intrattenerle. Quando me ne vado, chiudono immediatamente la porta a chiave.
Fuori, sul marciapiede, il gruppo locale che avevo incontrato prima sta caricando gli strumenti in un furgone blu. “Cos’hanno detto?” chiede il cantante, ciondolando nervosamente sulle sue gambe secche mentre fuma una sigaretta. “Abbiamo parlato del più e del meno”, rispondo. Sto lì, per un attimo li guardo spostare gli strumenti e mi ritrovo a immaginare gli Hurts. Sotto questo marciapiede. A fare musica. Incredibilmente calmi.
Joe Stretch
01 Wonderful Life
02 Blood, Tears & Gold
03 Sunday
04 Stay
05 Illuminated
06 Evelyn
07 Better Than Love
08 Devotion
09 Unspoken
10 The Water
Siti del gruppo:
www.informationhurts.com
www.myspace.com/ithurts








è il mio gruppo preferito,penso ke prima di loro non ho mai sentio musica piu bella di quella ke sento in questo gruppo,appena li sento cantare sento una sensazione ke non ho mai provato..sono unici speriamo ke non si dividono mai!!!!