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Intervista con Roberto Fiandaca

Intervista con Roberto Fiandaca

Di Andrea Turetta

E’ uscito “AMIRBAR” (800A Records), l’Ep d’esordio del giovane cantautore siciliano ROBERTO FIANDACA: cinque tracce a cavallo tra il folk, il pop e la canzone d’autore, veri e propri racconti attraversati da melodie immediate e chitarre dal passo incessante. Roberto Fiandaca, palermitano classe 1985, porta in giro le sue canzoni dal 2008. Nello stesso anno mette insieme la band che lo ha accompagna tuttora e con la quale ha calcato i più svariati palchi della Sicilia. Nel 2009 è selezionato per la finale regionale di Festival Pub Italia e nell’estate dello stesso anno si esibisce in teatri come il Nuovo Montevergini e lo Zappalà di Palermo. Nel 2010 dà alla luce l’EP d’esordio “Amirbar”. Ecco l’intervista con l’artista…

L’immediatezza è una delle cose del tuo Ep che si notano da subito, allora dobbiamo pensare che la semplicità a volte paghi al contrario dell’ermetismo…
Essere ermetici – nel senso che si tende oggi a conferire al termine, ovvero di “incomprensibili” – non mi sembra essere una dote artistica, e anzi mi sembra opera abbastanza facile. Diffido delle opere che si prestano a troppe interpretazioni, come d’altra parte di quelle a senso unico, ad una sola dimensione. Il motto ricorrente di oggi, “ognuno ci vede quello che vuole”, mi ha sempre fatto sorridere. E’ vero che l’opera, una volta compiuta, non appartiene più all’artista, ma ciò non significa per questo che appartenga a tutti. Se l’opera è ben fatta, è un individuo distinto sia dall’artista che dal pubblico, e ha un proprio nome e cognome. La semplicità deve essere quella di un nome e cognome… e sono lungi dal raggiungerla.

Al tuo fianco in quest’avventura musicale, una band che oltre ad accompagnarti sul palco ha dato un grande apporto nella riuscita del disco… puoi presentarci questi bravi musicisti?
Federico Gueci (contrabbasso), Ivan Cammarata (chitarra solista), Teresa Di Lorenzo (cori), e Federico Mordino (percussioni) sono dei bravissimi musicisti, e sono stati fondamentali per la registrazione del disco e per l’esecuzione dal vivo. Ivan e Teresa vengono da ottime scuole di musica di Palermo, e insegnano a loro volta. Federico Mordino credo ami essere definito soltanto conguero. Federico Gueci è un giovane conservatorista e jazzista, che inizia a dividere palchi con grandi jazzisti, e col quale continua la mia disordinata avventura, insieme a una formazione tutta nuova in via di consolidamento. Vorrei anche aggiungere Fabio Rizzo di 800A Records, che ha contribuito molto nelle idee arrangiative, e Nicolò di Matteo e Elena Tomarchio, per il loro utile apporto di trombe e violoncello.

Ad oggi sei soddisfatto dell’accoglienza ricevuta dall’ep?
Sì, sono soddisfatto dell’accoglienza ricevuta dall’EP, che ha rispettato le aspettative. Adesso contiamo sulla stagione prossima e sull’uscita del video di “Andata e ritorno” girato da poco con Simone Marchi, per ora a Venezia con “E’ stato morto un ragazzo”, il documentario su Federico Aldovrandi.

Dal bolero cubano al country… la musica d’autore è veramente senza confini?
Sì, diciamo che è una delle definizioni che mi piace dare alla musica d’autore, quella che, tra i generi “commerciali”, si sia potuta permettere il lusso di spaziare tra le musicalità più diverse. Basti confrontare il De André de “il testamento” con quello di Dolcenera per sentire quanta acqua può passare sotto i ponti. Dei più noti, altri che spaziano molto sono Fossati, Capossela o lo spagnolo Joaquìn Sabina. La priorità data al testo, e a volte la sua invadenza, obbliga a cercare soluzioni musicali diverse, godibili, e sempre idonee al racconto.

Quanto c’è voluto per mettere insieme le canzoni di questo disco?
Le canzoni presenti nell’album sono tutte nate nell’arco di sei mesi circa.

A tuo parere quali potrebbero essere le carte vincenti di Amirbar?
Se non è la carta vincente è quantomeno una caratteristica fondamentale del disco, quella di sospendere lo sguardo sul mondo circostante e attuale, per prediligere paesaggi sentimentali e interiori. Questa dimenticanza del mondo è voluta, e pensavamo desse al disco quell’aria un po’ aristocratica, da scuola di danza, cui allude il packaging.

Quali sono gli artisti che più ti piacciono?
Il grande cantautorato italiano, il Capossela “dopo Calexico”, ma anche Elis Regina, Joaquìn Sabina, Sylvio Rodriguez, Morricone, il Mozart delle sinfonie, quanto ai più giovani, i Baustelle. Ultimamente ho ascoltato molta musica afrocubana, con testi talvolta meravigliosi.

Poesia e canzone, quanto hanno in comune?
Sappiamo che la loro origine è comune, salvo poi il farsi puramente letterario della poesia. In realtà il fatto di dovere costringere un significato entro dettami ritmici e di verso, le rende molto vicine e a volte indistinguibili, come nel caso del grande Faber.

Quando componi ami farlo appartato, oppure insieme agli altri musicisti?
La musica e i testi nascono da me, con i musicisti avviene piuttosto un lavoro di strutturazione-arrangiamento. La scrittura avviene quasi sempre nei minuti prima di pranzo, quando la casa è piena di odori, anche se alcuni pezzi sono nati sulle copertine dei libri di diritto.

Quali pensi possano essere le doti di un buon cantautore?
In sede di esecuzione, un buon cantautore dovrebbe sapere, se non cantare, almeno ben interpretare le sue canzoni. Nella scrittura dovrebbe rifuggire le fascinazioni feticistiche, come quella di cui fu vittima la canzone civile negli anni 70′, che soffocava la poesia parlando solo di politica, o quella degli ultimi anni che per sentirsi “impegnata” usa i versi per fare una specie di rassegna stampa di quanto accade. Il suo lavoro è quello di aggiungere una dimensione in più al linguaggio e alle esperienze, liberando la realtà dalla propria ordinaria assenza di importanza e significato.

Importante, penso sia il lato live del tuo lavoro… Come lo vivi? Lo preferisci al lavoro in studio?
Preferisco decisamente il live allo studio. Lo vivo sempre con grande emozione e divertimento.

Pensi stiamo uscendo dal periodo di crisi che ha assalito il mondo della discografia?
No, non penso che stiamo uscendo dalla crisi della discografia, però, se mi permetti una battuta, proprio oggi ho visto che è ricominciato X Factor.

Ti piacerebbe scrivere una colonna sonora?
Mi piacerebbe moltissimo, come anche scrivere sceneggiature. Morricone è nel mio Olimpo, come anche molta musica classica, dalla viennese a Mahler.

Cosa ricordi delle prime esperienze musicali?
Ricordo l’insegnante di musica delle medie, che per tre anni mi fece accompagnare con la chitarra circa nove classi d’alunni che cantavano le canzoni di Natale, tutti contemporaneamente. Sono poi seguiti tanti gruppi dei tempi del liceo con cui suonai e conobbi soprattutto i Beatles, ed esperienze di quasi-jazz col pianoforte. Dico “quasi jazz” come potrei dire “punk”, perché del jazz c’era solo l’improvvisazione.

L’arte e chi la fa… in questo nostro paese sembra di non godere di grande considerazione… pensi potranno mai cambiare le cose?
Oggi nel nostro paese è considerato arte tutto ciò che “non dice” e “non disturba”. Chi si allinea è tenuto in grande considerazione. Ricordo giornalisti tirare le uova su “la vita è bella” di Benigni e parlamentari dire in aula che era una vergogna essere italiani, se a rappresentarci alle premiazioni del Nobel c’era Dario Fo. L’altra faccia della medaglia di quando si dice che “siamo il paese dell’arte”, è che si parla solo dell’arte di cinquecento anni fa (“La pietà” di cui sopra), e mai dei contemporanei: questo è un modo per seppellire l’arte viva. Non è da sottovalutare il fatto che l’arte ha un costo e ha bisogno di fruitori che se la possano permettere: andare al cinema, teatro, e ai concerti ha un costo che molte famiglie in Italia non possono più permettersi con assiduità. La crisi culturale è innanzitutto crisi economica, e restare davanti alla tv conviene sicuramente in termini di soldi, chissà quando ci accorgeremo che non conviene in termini di libertà e cultura.

Sito dell’artista:
www.myspace.com/robertofiandaca

www.800A.it
www.sodaelettrica.it

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