Ray LaMontagne and The Pariah Dogs – God willin’ & the creek don’t rise
Ray LaMontagne and The Pariah Dogs – God willin’ & the creek don’t rise – RCA/Sony
Recensione di Andrea Turetta
E’ uscito in questi giorni il nuovo album di Ray LaMontagne and The Pariah Dogs. Il disco, che porta il titolo di “God willin’ & the creek don’t rise”, per la prima volta prodotto interamente da Ray, è stato registrato in due settimane a casa del cantautore, nei boschi del Massachusetts. Con la voce di Ray in primo piano e una registrazione che suona libera e rilassata quasi come un live. I Pariah Dogs sono Jay Bellarose (batteria), Jennifer Condos (basso), Patrick Warren (tastiere), Eric Heywood (chitarra) e Greg Leisz (pedal steel guitar). Individualmente questi musicisti hanno collaborato dal vivo con artisti del calibro di Joe Henry, Tom Waits, Lucinda Williams, Ryan Adams e Joe Cocker, solo per citarne alcuni. E anche loro, come Ray, hanno la sensazione che le sedute di registrazione di questo album siano state rare e straordinarie. Un disco da ascoltare in totale relax e tranquillità per un sound tipicamente americano, capace comunque di conquistare l’ascoltatore con la semplicità senza doverlo forzatamente spiazzare. Tra i brani vanno segnalati, “New York City’s Killing Me”, “God Willin’ & the Creek Don’t Rise” e “Old Before Your Time”.
“Quando questi musicisti suonano insieme, accade qualcosa di magico”, dice Ray LaMontagne. “Da tempo volevo catturare quello che facciamo dal vivo. La chimica tra noi è davvero speciale”.
I nomi su God Willin’ & the Creek Don’t Rise, quarto album di Ray LaMontagne, rivelano subito che con questo progetto sta accadendo qualcosa di nuovo. Il disco è infatti firmato da “Ray LaMontagne and the Pariah Dogs”: per la prima volta il cantautore si definisce all’interno del contesto di una band, anziché come artista solista. Inoltre l’album vede LaMontagne per la prima volta in veste di produttore. E non appena parte la musica, con la potenza soul alla Joe Cocker del brano di apertura “Repo Man”, appare evidente come uno degli artisti più acclamati del mondo abbia esplorato un territorio vergine.
Non che avesse necessariamente bisogno di una nuova direzione. L’album segue Gossip in the Grain del 2008, che aveva debuttato nelle classifiche Top Five di Billboard. Il disco aveva poi ottenuto due nomination ai Grammy 2010, procurato a LaMontagne un’ambita esibizione al Saturday Night Live, e consolidato una carriera di tutto rispetto iniziata nel 2004 con il primo album Trouble.
La formazione dei Pariah Dogs – e il loro sodalizio con LaMontagne – è già comprovata e nota. Da qualche anno Eric Heywood e Greg Leisz alle chitarre, Jennifer Condos al basso e Jay Bellerose alla batteria sono la live band del cantante, e si sono trasformati in una squadra coesa. Sebbene Ray avesse da tempo voluto portare tutti questi impegnati session men in studio, soltanto ora il tempo e le circostanze l’hanno reso possibile.
Innanzitutto c’era un nuovo ambiente di lavoro del quale LaMontagne era entusiasta. “Avevo appena comprato una casa nel Massachusetts occidentale, che apparteneva al primo ambasciatore americano in Russia”, racconta. “C’era una stanza bellissima, un tempo un granaio annesso, che successivamente è stata trasformata in sala da ballo all’inizio del ’900, e pensai che sarebbe stato bellissimo registrare lì.
“Era un posto sconosciuto e una situazione sconosciuta, ma è andato tutto bene”, dice il batterista Bellerose. “È stata una delle sedute di registrazione più facili cui abbia mai partecipato: le canzoni si sono praticamente suonate da sole. Avevamo stimato di registrare il disco in due settimane, ma abbiamo finito in cinque o sei giorni”.
L’ultima canzone di God Willin’, “The Devil’s in the Jukebox”, è la prima a essere stata incisa. Bellerose nota che quel brano semplice dal sapore blues ha dato il la per le sedute di registrazione. “Ha funto un po’ da trampolino”, dice. “Ci ha rilassati tutti, ci ha dato la possibilità di respirare”.
“È una delle canzoni che mi viene naturale scrivere, è così lineare; sta a noi renderla interessante”, dice LaMontagne ridendo. “Se la smonti, non succede granché. Ma il modo in cui questi musicisti si avvicinano a una canzone è sempre sorprendente. Dove portano la melodia, l’interazione con la sezione ritmica: chissà cosa tireranno fuori?”.
Il chitarrista Heywood dice che il cantante “ha preso la decisione di fidarsi della band, e ha tenuto fede a questo impegno”. Cita la title track per illustrare come queste sessioni di registrazione abbiano permesso a ogni pezzo di trovare la propria strada. Heywood e Leisz suonano entrambi la pedal steel guitar, e si sono rivolti a LaMontagne per definire arrangiamenti e strumentazione.
“Su quella canzone ha detto: ‘Perché non usare due pedal steel?’”, ricorda Heywood. “Poi Jay ha iniziato a fare quella batteria roboante, quasi un’artiglieria. La canzone è come una lettera, senza ritornello o inciso, per cui è diventato il brano più sorprendente per me e decisamente uno dei miei preferiti. E la performance vocale di Ray è incredibile”.
Quella di Ray LaMontagne è una delle storie più curiose dell’ultimo decennio di musica. Da quando lasciò il lavoro in una fabbrica di scarpe nel Maine per seguire la vocazione di musicista, ha pubblicato tre album di studio e due EP live, vinto premi e conquistato le classifiche dei critici a livello internazionale, affermandosi come uno dei talenti più originali della sua generazione. Le sue canzoni sono apparse in numerosi film e programmi televisivi, e molte delle sue composizioni sono state eseguite ad American Idol.
Eppure Ray sostiene che, fino a God Willin’, tutti questi risultati sono arrivati a fronte di una certa fatica in studio di registrazione. “Il processo è sempre stato laborioso, per me era difficile acquistare slancio. Mi sembrava sempre di nuotare controcorrente”.
Stavolta però le cose sono andate diversamente. ”Ray era davvero nel suo elemento”, dice Bellerose. “Era come a casa con la sua famiglia, si è rilassato molto con questa band, non si è mai sentito a disagio neanche per un istante. Penso che si diverta molto di più a comunicare con varie persone, a uscire dalla solitudine del cantautore”.
LaMontagne afferma di non essere partito con l’idea di scrivere canzoni per questo gruppo di musicisti, anche se aveva senz’altro in mente il sound della band. A prescindere dal risultato, dice che il suo processo compositivo non è cambiato, né mai potrà.
“Per me, le canzoni devono succedere, uscire dal nulla”, spiega. “Altrimenti sembra proprio che stai cercando di scrivere una canzone, e lo sento lontano un miglio… e credo che anche gli ascoltatori se ne accorgano.
“Non mi metterò mai seduto a scrivere, a meno che qualcosa non bussi alla mia porta. Posso andare avanti mesi senza comporre una canzone, ed è lì che ti spaventi, quando ti sembra di non riuscire più a scrivere pezzi perché semplicemente non te ne vengono”.
La produzione regolare di LaMontagne, tuttavia, indica che non c’è nulla da temere. E i dieci brani di God Willin’ & the Creek Don’t Rise non hanno solo beneficiato della straordinaria capacità compositiva di Ray, ma anche dei contributi di una squadra di musicisti eccezionali, che hanno lavorato insieme in condizioni ideali. Anche LaMontagne, noto per il suo spirito autocritico, non riesce a nascondere la soddisfazione per il risultato raggiunto.
“Questi ragazzi sono tutti bravissimi e mi fido del loro istinto, volevo solo scrivere canzoni che pensavo li avrebbero entusiasmati”, conclude LaMontagne. “C’era una certa pressione, perché loro sono molto più affermati di me. Ma sapevo che se fossi riuscito a mettere insieme una serie di canzoni che mi piacessero, non ci sarebbe stato nessun rischio”.

Tracklist:
1. Repo Man
2. New York City’s Killing Me
3. God Willin’ & the Creek Don’t Rise
4. Beg Steal Or Borrow
5. Are We Really Through
6.This Love Is Over
7. Old Before Your Time
8. For The Summer
9. Like Rock and Roll & Radio
10. Devil’s In The Jukebox
Sito Ufficiale:
www.raylamontagne.com






