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Intervista con i Doro Doc Band

Intervista con i Doro Doc Band

Di Andrea Turetta

E’ uscito recentemente nei negozi “W LA SUISSE” (PDTsa/Venus), il doppio album d’esordio della Doro Doc Band, il duo folk-blues, formato da Dorino “Doro” Righetti e Lorenzo “Doc” Vanini. L’album “W LA SUISSE”, che unisce la tradizione della musica popolare alle sonorità del blues, è stato prodotto oltre che da Vanini anche dal virtuoso chitarrista Alberto Radius, noto anche per le sue collaborazioni con Formula 3 e Lucio Battisti. Le musiche portano la firma di Lorenzo Vanini mentre i testi sono frutto della collaborazione tra Dorino Righetti, Pompeo Peduzzi e lo stesso Lorenzo Vanini. Ecco l’intervista gentilmente concessa…

Come sono nati artisticamente i Doro Doc Band?
Lorenzo e Dorino si conoscono e frequentano da più di 30 anni ed entrambi coltivano da sempre la passione per la musica: pianoforte, chitarra e composizione Lorenzo, chitarra, canto e composizione Dorino. Da anni i due compari si esibiscono, per il puro sollazzo degli amici, durante le cene nelle osterie, rifugi e ristoranti della Valle Intelvi dove risiedono e vivono. Le canzoni che interpretano all’inizio del sodalizio artistico sono le canzoni popolari e gli “ever green” classici in dialetto milanese, poi cominciano a comporre testi e melodie “su misura” per le caratteristiche vocali e artistiche di Dorino, voce potente e particolare sia per l’intonazione che per l’accento. Dorino interpreta in modo sanguigno con una naturalezza e spontaneità tipica dell’artista di razza, passando dal folk popolare, al blues, al pop, al rock senza perdite di resa.
Questa duttilità canora e artistica mi ha indotto a scrivere musiche che rispettassero e valorizzassero le potenzialità canore e interpretative di Dorino: nascono così le nostre canzoni con musiche e arrangiamenti con accenni e accenti di folk, banda, blues, jazz, pop e rock, generi diversi miscelati e filtrati con cura nei singoli brani con l’intenzione di creare un genere un poco diverso che chiamo “Hybrid folk”.

Il vostro è un doppio album proposto in dialetto comasco ed in italiano. Quasi a sottolineare che, pur essendo due situazioni distinte, possono benissimo convivere…
Il dialetto comasco come il napoletano o il siciliano o altri dialetti regionali fanno parte della cultura italiana, convivono da secoli sulla nostra penisola sono un ramo periferico della lingua italiana, periferico ma non per questo secondario o privo di interesse. Da anni ascoltiamo in radio e in televisione canzoni in napoletano, oltretutto bellissime, non capisco perché non si debbano trasmettere anche quelle in dialetto comasco; le nostre canzoni in dialetto invece vengono poco considerate dai programmi radio e televisivi.

In un vostro brano lasciate intendere che si stava meglio prima della globalizzazione… questo anche a livello musicale?
A livello musicale sicuramente; per me la musica di qualità è finita negli anni ‘80, quando si sperimentava e si faceva ricerca e per fare un album ci mettevano duo o tre anni di lavoro. Oggi spesso gli album nascono al computer in pochi giorni e sono l’uno la brutta copia dell’altro. La maggior parte delle canzoni che ti inculcano forzatamente via radio ogni giorno, fino a che riempiono i tuoi files cerebrali e non riesci più a riformattare il neurone, sono delle “scoreggie acustico digitali”. Ci sono ancora autori e artisti eccellenti ma la loro visibilità purtroppo è oscurata dall’aggressività mediatica della dilagante “flatulenza acustico digitale” .

Il vostro doppio album credo rappresenti anche il forte legame con la vostra terra e le sue tradizioni…
Il legame con la terra è il legame con la famiglia, con il senso della vita, con lo star bene con sé stessi e col saper ascoltare i battiti del cuore: ”Animum non mutant qui mari currunt” dicevano gli antichi latini. La poesia “Senza radici” contenuta nell’album e ispirata dalle letture del pensatore Zygmunt Bauman racconta chiaramente il nostro legame con la nostra terra. In una società dove, nelle cose e nelle persone, conta di più la velocità della durata ritengo sia importante conservare le proprie radici e radici significa terra, tradizione e famiglia.

Molte collaborazioni eccellenti, tra cui spiccano quelle con Alberto Radius e Davide Van De Sfroos… Quale è stato il loro apporto e quello degli altri musicisti, per la riuscita finale di questo “W la Suisse”?
Davide è il nostro mecenate artistico: una persona eccezionale che non conosce l’invidia e l’interesse e si muove con il cuore in mano. Il suo apporto è stato fondamentale in termini di consigli, suggerimenti ed impegno personale duettando con Dorino in “W la Suisse”. Davide inoltre ci ha dato la possibilità di avere un minimo di visibilità, invitandoci spesso sul suo palco a cantare con lui ai suoi concerti e questo credo che pochi artisti del suo livello concedano. Davide è un grande artista, di canzoni e di vita. Alberto Radius ci ha onorati della sua collaborazione e quando il cd era quasi al termine lo ha ripreso in mano da cima a fondo dando quel tocco e valore aggiunto in più che solo un musicista di grande esperienza e spessore come Alberto può dare. Grazie Alberto! Ma vorrei parlare di un altro musicista che ha fatto da regista dietro le quinte e che mi ha assistito durante le fasi più importanti della produzione: Carlo Uboldi, pianista jazz e mio maestro.
Carlo vive di piano e oltre a suonare in modo fantastico e con personalità, ha una sensibilità e una duttilità musicale notevole; Carlo mi ha consigliato e sostenuto durante la registrazione dei pezzi e con i suoi interventi ha dato un tocco di classe al disco, un grande amico! Claudio Allifranchini, musicista e arrangiatore di fama, ha studiato gli arrangiamenti e eseguito le sessioni dei fiati; il suo apporto è stato prezioso. Il maestro svizzero Carlo Balmelli, famoso direttore di banda, ha scritto gli arrangiamenti delle parti di banda in “W la Suisse” e nella “Zanzara 2”. Per il suo lavoro ha voluto solo un grazie: uomini di altri tempi ma uomini che lasciano il segno del loro passaggio!
Infine vorrei ricordare il ruolo del fonico Dario Caglioni: senza la sua esperienza e le sue capacità non saremmo riusciti ad arrivare alla meta. Dario ha dato consigli preziosi anche nella produzione, ci ha aiutato a scegliere gli strumenti e i suoni, ha assistito Dorino nella registrazione dei canti dando pareri e consigli risultati sempre azzeccati.

Quali pensate possano essere le caratteristiche della musica che proponete?
I testi raccontano sempre una storia reale con un linguaggio da strada, quello che senti sulla bocca di tutti, ricchi e poveri, colti e ignoranti, nella vita di tutti i giorni. Chi non dice qualche frase scurrile? A volte serve per sottolineare l’intenzione e il senso del pensiero. I temi poi possono essere seri o gogliardici, ci piace alternare il tema dell’amicizia che dura trent’anni con quello della zanzara che rompe i coglioni la notte, autobiografici come “Al Capone” e “Il muraduu”, di costume e di società, tutto dipende dal momento e dall’ispirazione. Le musiche devono essere diverse, non scontate con il solito solo di chitarra distorta a tre quarti della canzone, con suoni possibilmente naturali e acustici e il pianoforte come strumento guida. Si cerca di pescare in tutti i generi e stili musicali alla ricerca di sfumature e sonorità contrapposte e diverse da fondere insieme e far convivere. Classica e Jazz, Pop e Rock possono coesistere e fondersi in un unico genere; esiste infatti un solo genere musicale: la bella musica, quella che ascolti e che continui ad ascoltare. Le caratteristiche della nostra musica sono quelle della bella musica!

Quanto conta oggi l’originalità per un gruppo che cerca di farsi conoscere?
L’originalità conta ma deve essere supportata da contenuti e non essere fine a se stessa. Non bisogna essere originali per forza ma per natura e Dorino e Lorenzo lo sono, in modo diverso ma nessuno che li conosce può dire che non sono degli originali. Dorino è un vero ”animale da palco” e quando canta ricorda solo ”Dorino” non è la controfigura di nessuno è un artista vero.

Quali sono gli artisti che più vi piacciono?
Sono tanti, tutti quelli che ci divertono ascoltandoli e vedendoli sul palco.

In linea di massima, come nasce una vostra canzone?
Da una frase, un ritornello, un fatto o una storia realmente accaduti. Solitamente l’idea nasce durante le nostre cene ai “Due Castagni”; dopo un bicchiere di vino si prende la chitarra e Dorino comincia a cantare. Si sviluppa insieme prima il testo grezzo, poi Lorenzo inizia a lavorarci per comporre la musica con il pianoforte e per adattare il testo alla melodia. A volte una canzone si cambia più volte fino a che non suona bene, a quel punto si pensa all’arrangiamento definitivo.

Un vostro brano, prima di essere portato a termine, vede più stesure o in genere, rimane abbastanza fedele all’idea di base?
La melodia in genere viene rispettata o modificata pochissimo, quindi possiamo dire che si mantiene l’idea di base, mentre gli arrangiamenti vengono cambiati fino a che non ci soddisfano.

Come vedete il panorama musicale italiano attuale?
Come un vecchio film già visto che viene continuamente riproposto cambiando titolo e copertina ma la storia, gli attori, i dialoghi e le scene sono sempre le stesse.

Oggi nel mondo della musica “tutti possono ottenere tutto” o ci sono selezioni molto rigorose?
La selezione la fa il mercato, il mercato lo fa la comunicazione, la comunicazione ha canali chiusi e costi elevati. Io credo che qualsiasi “idiota musicale” se ben organizzato, gestito e supportato a livello economico può aver successo, di esempi ne abbiamo troppi!

La musica dovrebbe essere considerata cultura, eppure a volte si ha l’impressione che da molti non sia considerata così… che ne pensate?
Purtroppo ormai la cultura in Italia è rappresentata dal calcio che da sport è diventato cultura e modus vivendi, dal golf, che è un qualcosa di ibrido tra il salotto lo sport, e dai viaggi che danno ossigeno a chi è senza radici. La musica? Per noi è cultura, per altri pure, per molti è un modo di fare politica o fare successo, per moltissimi un modo per allietare la permanenza sotto la doccia

Avete un pubblico che vi segue fin dagli esordi? Com’è il vostro rapporto con loro?
Ci sentiamo onorati dai nostri “fans” e il nostro rapporto con loro è molto diretto e spontaneo; noi non siamo divi ma persone normali con la passione della musica quindi ci relazioniamo sempre con la normalità e i modi della persona educata.

E’ difficile mettere insieme le idee di ciascun componente del gruppo per far nascere una nuova canzone o concordate in pieno in ogni scelta?
In genere si discute, valutando le singole proposte, alla fine si trova sempre un accordo, a volte con fatica e il viso buio, spesso velocemente e con il sorriso sulle labbra.

www.paroleedintorni.it

le foto che accompagnano l’intervista sono di Paola Pinto

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