Intervista con Tao
Intervista con Tao
Recensione di Andrea Turetta
Il 15 giugno è uscito “Love Bus – Love Burns” (DMB Music/Grace Orange/Halidon), il nuovo doppio album di Tao. Questo terzo progetto discografico del cantautore rock, contiene due dischi con titoli, copertine e sound differenti, ma venduti insieme ad un unico prezzo. Il cantautore rock è famoso per il progetto “TAO Love Bus Experience” – il primo rock ‘n’ roll tour a bordo di un pulmino Volkswagen del 1974, con il quale, insieme alla sua band, ha fatto in tre anni più di 300 show, toccato oltre 160 città e percorso quasi 90.000 km. Ecco cosa ci racconta nell’intervista che segue…
Il tuo nuovo lavoro discografico si divide in due dischi. Due volti diversi di uno stesso artista?
Esattamente. Il mio yin e il mio yang. Diciamo che il filo che li accomuna è l’Amore: in “Love Bus”, la faccia più solare, tratto temi sociali e l’amore universale, rivolto cioè verso il mondo esterno. In “Love Burns” mi concentro sugli aspetti più dolorosi e malinconici della mia vita personale. Quelli che mi hanno scottato di più del resto…
Dagli anni di “Che colpa abbiamo noi” ad oggi, come trovi cambiato il mondo della musica?
Quando ho esordito nel 2003 con la mia versione quasi punk-rock del noto successo dei Rokes ero già piuttosto incazzato. Forse non avevo ancora capito bene come e verso chi veicolare tutta quella rabbia. Nel frattempo lo scenario musicale e sociale è cambiato, assolutamente in peggio. Ma in compenso sono riuscito a trasformare una tonnellata di emozioni negative in qualcosa di bello per il pubblico e di estremamente gratificante per me… parlo della TAO Love Bus Experience naturalmente!
Recentemente hai suonato anche al Cavern Club di Liverpool… che tipo di esperienza è stata?
Notevole, direi. Una full immersion di tre set live in due giorni… il tutto mentre giravamo il videoclip di “Dimentica”, primo singolo estratto dall’album. A Liverpool ho imparato tanto e mi sono sentito artisticamente a casa: gli inglesi hanno apprezzato molto le nostre canzoni e le nostre performance live… la cosa che mi ha spiazzato è la loro “cultura all’ascolto”. Proprio come qui da noi…
I tuoi spettacoli live come si caratterizzano?
Passione pura, voglia di mettersi a nudo e di mostrarsi per quel che si è. Questo deve essere un vero concerto rock e questo è quello che io e la mia band, con o senza il TAO Love Bus, sappiamo fare al meglio.
Quali sono gli artisti che più ti piacciono?
Beatles, Stones, Who, Byrds, Queen, Rush, Dylan, U2, Police, Morrissey, Elvis, Jeff Buckley. Ma anche Tenco, Paoli, De Andrè, Endrigo… veri poeti, altro che quei cialtroni di oggi che si definiscono cantautori.
Poesia e canzoni, quanto hanno in comune?
Tanto. Ma dipende da cosa intendi per poesia e per canzone. La cosa che secondo me dovrebbero avere in comune è la sintesi. La capacità di generare un’erezione al cuore ed un orgasmo della mente in pochi minuti, con pochi accordi e poche sapienti parole. Ma fra poesia e canzone scelgo sempre e comunque la canzone. Le parole possono mentire, la Musica no.
Qualcuno ha detto che suonare è come scrivere perchè bisogna farlo tutti i giorni…
Nell’album “Love Bus/Love Burns” ci sono due canzoni che trattano l’argomento, si chiamano “Suona” e “Scrivere”: due esigenze insopprimibili, per quanto mi riguarda, drogato come sono di Musica e di Bellezza…
Oggi come vedi il mondo musicale giovanile?
In larga parte finto. I ragazzi di oggi sono figli di coloro che erano ragazzi negli anni ’80. Non è un caso che molti di loro abbiano assorbito il vuoto culturale assoluto dei genitori ed abbiano di conseguenza l’encefalogramma piatto. Questi fanciulli sono vittime di quello che radio e televisioni, musicali e non, gli propinano. Però non è tutta gioventù bruciata dalle pasticche. Ci sono ragazzi che sanno ancora bruciare d’amore, per fortuna…
Sei una artista che scrive molti pezzi oppure fanno fatica a nascere?
Solitamente scrivo di getto. Ma vado a periodi. Dopo lunghi periodi d’astinenza mi coglie la fame, l’urgenza di scrivere. E allora capita che nascano due o tre cose interessanti alla volta. Consentimi in tal proposito un’autocitazione (che narciso che sono)… ” Si passa più tempo a morire che a vivere. Ed è quando ci si è stancati di morire che si ricomincia a scrivere. Perché scrivere è Vivere”…
E’ difficile arrivare al pubblico con una nuova canzone?
Dipende dalla canzone e da come ti poni. Se lo fai con rispetto e gentilezza, qualunque cosa tu decida di proporre, è più facile che tu riceva la giusta attenzione. Certo, presentare al pubblico le tue canzoni suonando dentro un freakettonissimo pulmino Volkswagen del 1974… sicuramente ti aiuta parecchio!
Quando componi ami farlo appartato, oppure insieme agli altri musicisti?
Prediligo la solitudine per sviluppare le idee di base e, soprattutto, i testi. Ma non è escluso che da jam session infuocate possano nascere dei riff o dei giri armonici assolutamente azzeccati. L’alchimia di una band che improvvisa insieme è qualcosa che più di tanto non puoi costruire a tavolino…
Quali pensi possano essere le doti di un buon cantautore?
L’onestà, l’umiltà e una buona dose di faccia da culo. Infine, credo che una voce personale e calda faccia la differenza. Sono davvero stufo marcio di sentire le voci anonime del 99% dei cantautori attuali. Voci come quelle di Tenco o di De Andrè invece le riconosci fra mille.
Per chiudere, come vedi l’utilizzo della tecnologia nelle canzoni?
Se la tecnologia è un mezzo per ottenere dei buoni risultati perché non usarla? Se ne diventi schiavo però è un altro discorso. Il problema è che spesso la tecnologia viene vista come il fine ultimo: ecco perché tutti i dischi di oggi suonano uguali. Una volta raggiunti quelli che vengono definiti “standard qualitativi” non c’è più spazio per la fantasia, la creatività. E pensare che i Beatles avevano creato il LORO suono con un registratore a quattro piste… oltre che con le loro mani, le loro menti e i loro cuori, naturalmente. Ma questo oggi, per gli scalda poltrone della discografia, sembra non contare più nulla…
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