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La “bufala” verde e l’incubo dell’Adriatico effervescente

La “bufala” verde e l’incubo dell’Adriatico effervescente.

Il 12 luglio 2010, a Fusina, (VE) i vertici Enel hanno inaugurato con grande enfasi il primo impianto di produzione di energia elettrica a idrogeno.

I numeri: 50 milioni di investimento, 16 megawatt di potenza totale e 60 milioni di chilowattora all’anno, pari al fabbisogno di circa 20 mila famiglie.
Questa centrale, secondo quanto riportato dai media, è una centrale a “zero emissioni” e dovrebbe consentire un risparmio di emissioni di CO2 pari a 17 mila tonnellate annue.
Nessuno lo ammetterà mai, ma non è affatto vero. E allora proviamo a dimostrarlo.

Se si cercano ulteriori informazioni si scopre che l’idrogeno che alimenterà la centrale verrà estratto attraverso un processo chiamato “reforming”, l’idrogeno verrà estratto dal carbone e da scarti di lavorazione di polimeri provenienti dal petrolchimico di Porto Marghera.
L’idrogeno è un gas infiammabile che non esiste sulla superficie terrestre allo stato puro, produrlo artificialmente richiede un notevole dispendio di energia.
Di conseguenza esso non può essere etichettato come fonte di energia, ma soltanto come vettore, cioè come mezzo per immagazzinare l’energia prodotta da altre fonti.
Oggi quasi tutto l’idrogeno prodotto industrialmente viene ottenuto a partire da fonti di energia fossili, più precisamente dal metano, da derivati del petrolio o dal carbone.
L’idrogeno prodotto in questi processi contiene circa il 75% dell’energia fornita in ingresso, mentre il restante 25% viene perso sotto forma di calore.
Durante il processo di estrazione dell’idrogeno succede che, per ogni atomo di carbonio presente nel metano, nel petrolio, o nel carbone, si produca anche una molecola di CO2.
Dove va a finire questa molecola di CO2 se non in atmosfera?

Dove sarebbero le “zero emissioni”?
Dal punto di vista dell’effetto serra, che dovrebbe essere il principale criterio per valutare l’impatto ecologico di una tecnologia, l’uso dell’idrogeno prodotto in questo modo non apporta alcun vantaggio, diventa addirittura svantaggioso in relazione all’energia elettrica prodotta.

Cioè, con le stesse emissioni di CO2 si produce più energia bruciando direttamente il metano o il carbone.

A poca distanza da Fusina, in quel di Porto Tolle, è prevista la conversione a carbone di una vecchia centrale ad olio combustibile, inserita nel progetto europeo per il sequestro e stoccaggio della CO2.

Per Enel sarà una corsa contro il tempo, anche perché ci sono in ballo 100 milioni di finanziamenti europei per il progetto di cattura dell’anidride carbonica. «La centrale polesana è uno dei sei impianti scelti dall’Ue », sottolinea Conti. Un’operazione da un miliardo complessivo: la Co2 emessa dai gruppi che saranno alimentati a carbone verrà «sequestrata» e condotta al largo dell’Adriatico nelle cavità sottomarine. Il contrario, in pratica dell’estrazione di gas. E infatti avverrà con la collaborazione dell’Eni.

Dunque:
La cattura della CO2 richiede un consumo aggiuntivo di energia tra il 10% e il 40% per ogni impianto equipaggiato con tale sistema. Quindi ogni 4 impianti ce ne vorrebbe un quinto solo per fornire energia al sistema di cattura e sequestro.

Questo sistema richiede anche un incremento del consumo di acqua del 90%

Il deposito sotterraneo della CO2 è rischioso. Non c’è nessuna garanzia che la CO2 rimanga sottoterra, né per quanto tempo. Gli effetti del deposito potrebbero venir vanificati anche da perdite minime sostenute nel tempo.

Se poi consideriamo che lo vogliono stoccare sotto l’Adriatico, affiora uno scenario da incubo: Il mare effervescente.

E’ la Green Economy, babe!

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