Elogio degli scacchi
Aspetti educativi del gioco degli scacchi
I valori educativi del gioco degli scacchi non sono una scoperta recente ma risalgono ai tempi più antichi.
Li si trovano già nei testi pahlavi (Wizarim i Catrang) e in quelli persiani (Firdusi, Il gioco dei Re) e si pensi che uno dei testi più diffusi del Medioevo fu la raccolta di prediche di un frate piemontese, Jacopo da Cessole, che dava ammaestramenti morali attraverso questo gioco.
Ancora nel XVI secolo, un altro sacerdote, lo spagnolo Ruy Lopez, disquisendo sull’importanza dei giochi sentenziava che gli scacchi sono sia utili che necessari al buon vivere mentre il gioco della palla è sì utile ma, “per amore della quiete, non necessario”.
Dalla fine del Medioevo e fino alla prima parte del XX secolo, però, gli scacchi furono sostanzialmente considerati un gioco, con la caratteristica di essere serio e per adulti soprattutto maschi.
Niente ragazzi e pochissime donne, per giunta guardate con sufficienza non solo per motivi sociali, ma anche per il pregiudizio che non avrebbero mai potuto competere seriamente in un gioco dalle caratteristiche scientifiche.
Tra i maschi adulti erano però un gioco insolitamente democratico.
Furono forse l’unico gioco in cui il conte e il marchese giocavano con il servo e, all’interno del circolo e dei circuiti agonistici la gerarchia era dettata dal livello raggiunto nel gioco e non da quello sociale.
Il talento scacchistico, suscitando ammirazione, abbatteva le barriere.
La divulgazione degli scacchi a livello di massa, avvenuta in Unione Sovietica dopo la rivoluzione d’ottobre, aprì gli scacchi anche ai giovani e alle donne.
Con centinaia di migliaia di scacchisti avviati alla pratica fin da piccoli, l’URSS primeggiò a livello mondiale.
La guerra fredda e l’avvento di Fischer fecero la fortuna degli scacchi in Occidente, infatti anche io mi avvicinai agli scacchi e imparai a muovere i pezzi durante il campionato del mondo del 1972 tra Bobby Fisher e Boris Spasskij, comunque studi massicci sul valore culturale e terapeutico di questo gioco si sono avuti solo negli ultimi decenni.
L’esplosione della letteratura in materia è stata sorprendente: sull’argomento è stato scritto di più negli ultimi vent’anni che nei quindici secoli precedenti.
La consapevolezza dell’importanza degli scacchi nell’educazione e nella formazione dei giovani è andata via via consolidandosi all’interno del mondo scacchistico e si è poi trasmessa agli operatori esterni.
Chi insegna nelle scuole sa bene quanto questo gioco possa aiutare i ragazzi, per altri aspetti svantaggiati, a recuperare fiducia in se stessi.
La scoperta di poter giocare alla pari o essere addirittura migliori dei primi della classe, in un’attività in cui la mente ha un ruolo predominante, infonde fiducia nelle proprie capacità e offre la consapevolezza che, così come negli scacchi, possono riuscire anche nelle materie scolastiche.
Un gioco di natura “mentale” supera le barriere costituite dagli handicap e dall’ultima delle barriere sociali: quella generazionale.
Potendosi giocare a qualsiasi età, la persona anziana viene accettata tra i giovani come uno di loro e con loro fa gruppo e parla uno speciale linguaggio.
Si potrebbe continuare a tesserne l’elogio citando la loro capacità di migliorare l’attenzione, la concentrazione, l’empatia, la tolleranza, la pazienza, la perseveranza; ricordando quanto insegnino a prendere decisioni difficili, a rendere la mente più flessibile, a verificare di continuo le proprie idee e a cambiare opinione senza rimpianto ogni volta che è necessario.
In estrema sintesi: aiutano a pensare.
E si capisce bene quanto sia salutare, in un’epoca come la nostra, in cui veniamo colpiti da una quantità enorme di informazioni, un gioco che ci aiuta a riflettere e a navigare intorno a sistemi complessi.
Attraverso il gioco degli scacchi le persone possono apprendere una modalità relazionale di confronto costruttivo con l’altro, dove l’aggressività competitiva viene esplicata in modo funzionale e questo potrebbe aiutare i bulli, che mascherano i loro sensi d’inadeguatezza attraverso relazioni di potere, nelle quali svalutano l’altro per deprimerlo e avere così un controllo nel rapporto.
Inoltre negli scacchi s’impara ben presto che la forza fisica e la prepotenza non servono a vincere una partita.
Chi frequenta i corsi ben presto si accorge quanto la bravura non dipenda dal caso, dalla condizione sociale o dalle amicizie compiacenti, ma solo da se stessi.
Chi vuol vincere deve trovare gli strumenti all’interno di sé, facendo buon uso della pratica precedente, degli insegnamenti ricevuti e dello studio.
Per migliorare occorre applicarsi.
Una grande lezione di vita.



